Sono felice, felice, felice! Il treno mi culla, l’aria mi carezza, il paesaggio mi rinfresca lo sguardo. Sono felice. Che bello che è tornare a Casa (blanca)! In aeroporto un interminabile check in perché ogni famiglia di ritorno per le vacanze deve imballare passeggini, pesare borsoni, mostrare i bambini che corrono impazziti tra le valigie, inciampano, piangono, gridano. Le mamme parlano in marocchino, i bambini rispondono in italiano. Accento bresciano, bergamasco, accento milanese, comasco…! Molte nonne ripartono con i nipotini per le vacanze estive, i genitori li accompagnano fino al gate. La vecchietta dietro di me mi parla in dialetto, continua a spingere il mio trolley addosso al signore davanti nella coda (coda buf, piuttosto un agglomerato di gente che si intrufola da tutti i lati). Mi chiede –Binti, figlia mia, -come si arriva fino all’aereo?
Mi chiedo come andrà la comunicazione nonni-nipoti durante le vacanze.
Arrivata, sul treno che collega l’aeroporto di Casablanca con la città i miei sensi gioiscono. Il paesaggio si allarga, gli occhi hanno spazio per vagare fino all’orizzonte. I colori, del cielo, della terra, delle persone. Colori. A Casablanca inizia la “bienvenida” organizzata dalle mie habibat: hammam,
E ora, ricarica di buone energie, in viaggio verso Ifrane e l’avventura che mi aspetta. Che fortunella...per queste persone meravigliose, per i momenti che ho vissuto, per questa sensazione di libertà.
lunes, 2 de junio de 2008
Che bello tornare a Casa (blanca)
domingo, 4 de mayo de 2008
In breve

Torino, mercato di Porta Palazzo. Non posso che sentirmi a Casablanca in questo mercato dalla verdura colorata, gli odori sono gli stessi, i visi e gli abiti sono gli stessi, a parte qualche torinese qua e là! Compro un mazzetto di menta e di fliu da un signore che vende solo quello. C’è uno chef geniale che si è inventato dei tour tra le spezie del mercato (http://www.ilgastronomade.com/ ). Chiediamo a delle signore da che parte è l’hammam, mi rispondono alla maniera marocchina: “vai fino lì e poi…chiedi a qualcuno!”. Hihi, comunque lo troviamo. L’hammam è in realtà hammam, ristorante, caffè e centro culturale (cineforum, conferenze ecc.. http://www.daralhikma.it/). Pochi giorni dopo al Festival del cinema africano vedo “Corazones de mujer” (http://www.011films.com/), titolo spagnolo, registi italiani, attori (non-attori) marocchini! Nato da un incontro reale in un café marocchino di Torino con un sarto travestivo…nasce una storia, la storia di una ragazza sul punto di sposarsi e del sarto che le dovrebbe confezionare i famosi sette vestiti della cerimonia. E del loro viaggio in Marocco… Il film mi è piaciuto moltissimo, così semplice e così vero, mi ha emozionato. Uscirà in Italia a giugno e sarà al Festival internazionale del film di Marrakech…quindi non perdetevelo.
martes, 4 de marzo de 2008
La mahlaba di Almudena
Probabilmente vi ho già parlato delle mahlaba qui in Marocco. La parola mahlaba viene da halib, latte e vuol dire latteria. Sono dei piccoli posti, strapieni di frutta in bella mostra incastrati in delle casse verticali, che ti chiedi come facciano a stare su. Ma sono molto di più, sono dei posti dove si può mangiare di tutto, possono farti un panino con gli insaccati kasher, con il tonno, con l’omelette, hanno succhi, merendine, torte fatte in casa, croissant, tutto per la merenda, i breiuatt (dei triangolino fritti ripieni di soia e gamberetti), pane e poi ovviamente tutti i derivati del latte, yogurt, labn (latte rancido), rayb (tipo yogurt), budini, macedonie con yogurt.
Bhe, nel quartiere la mia coinquilina Almudena (che è spagnola) ha adottato e si è fatta adottare da una mahlaba, di cui è diventata la migliore cliente. Non passa giorno che non vada a bersi un succo da loro e io qualche volta la accompagno. È gestita da due ragazzetti più o meno della mia età e da un piccolino che li aiuta. Vengono dal sud del Marocco e non parlano francese. E questo è il bello, ogni giorno è una lezione di dialetto, anche se a volte sembriamo proprio teatro dell’assurdo!
Almudena chiede sempre lo stesso: mezzo succo di avocado e mezzo di banana, mela, fragola. No anzi la seconda metà varia a seconda del giorno, ma mezzo avocado sempre (è buonissimo il succo di avocado!). Io quello che capita, cioè lascio fare a loro.
Credo che siamo diventate una specie di attrazione per i clienti, a volte mettono dentro la testa apposta per vedere chi sono queste due straniere che parlano un arabo che è da circo. I ragazzi fanno finta di venire per comprare qualcosa (cioè alla fine realmente comprano qualcosa) e buttano lo sguardo, sentono, cercano di attaccare bottone, tutti con la solita domanda: tieni al Real o al Barça? E io, nessuna sono italiana, ah allora Inter o Milan? Uff, impossibile far loro capire che non mi interessa il calcio.
L’incredibile è quello che è successo una sera mentre Almudena tornava da francese con un’amica e un ragazzo ubriaco si è messo a seguirle e a molestarle, arrivate quasi fin sotto casa non sapevano che fare e si sono messe nella mahlaba. Lì tutto il quartiere si è messo a difenderle, incluso tutti i ragazzi che normalmente ci dicono le solite frasette tipo “ghazelle ghazelle, come va, posso parlarti, che bella che sei, mi dai il tuo numero” (e questo mi sorprende ogni giorno, a certe ragazze marocchine bellissime, truccate, curate, eleganti e provocanti non dicono niente e a noi, normali e semi trasandate tutte queste attenzioni, ma dove hanno gli occhi?!).
Il giorno dopo veniamo a sapere che il ragazzetto della mahlaba è andato a parlare nientepopodimeno che con i genitori del ragazzo ubriaco! Per spiegar loro come si era comportato il figlio e affinché non si ripeta più, che se no chiama la polizia. Troppo carino, no? E da quel giorno sono diventati tutti super protettivi con noi, io (che mi chiamano Joly come le lattine di tonno che vendono), Almudena (Almudina!) e la più sfortunata Bea (spagnola), che chiamano Baia o Biglia! Non per criticare eh, anche perché noi non abbiamo ancora capito come si chiamano loro e ogni giorno cerchiamo delle strategie per far saltar fuori i nomi. Hanno iniziato a rabboccarci sempre il succo quando finiamo, così diventiamo più forti dicono per poterci difendere!
L’altro giorno uno dei due, quello con un occhio un po’ strabico, sembrava un po’ triste e gli abbiamo chiesto perché. Risulta, e non siamo sicure di aver capito bene, che lui è sposato (ha 23 anni) ma sua moglie vive nel loro paese e non hanno abbastanza soldi perché li raggiunga, o forse perché non c’è una casa adeguata per farla venire bho. Che pena, era lì tutto triste che faceva dei conti su un block notes. Pare che il patron, che ha tante mahlaba, gli chieda tanti soldi d’affitto e loro, per quanto lavorino ininterrottamente dalla mattina alle 23 di sera e anche la domenica, non riescono a guadagnarci più di tanto.
Vabbè potrei andare avanti per molto con questa storia della mahlaba, per esempio raccontando che quando hanno scoperto che sono di Milano, sono diventati contentissimi e uno dei due mi dice, io ho un fratello a Torino, potresti portagli un succo da parte mia!!!! Ogni giorno ci sarebbe qualcosa in più da raccontare sulla nostra mahlaba, ma ogni storia ha una fine.
Almudena chiede sempre lo stesso: mezzo succo di avocado e mezzo di banana, mela, fragola. No anzi la seconda metà varia a seconda del giorno, ma mezzo avocado sempre (è buonissimo il succo di avocado!). Io quello che capita, cioè lascio fare a loro.
Credo che siamo diventate una specie di attrazione per i clienti, a volte mettono dentro la testa apposta per vedere chi sono queste due straniere che parlano un arabo che è da circo. I ragazzi fanno finta di venire per comprare qualcosa (cioè alla fine realmente comprano qualcosa) e buttano lo sguardo, sentono, cercano di attaccare bottone, tutti con la solita domanda: tieni al Real o al Barça? E io, nessuna sono italiana, ah allora Inter o Milan? Uff, impossibile far loro capire che non mi interessa il calcio.
L’incredibile è quello che è successo una sera mentre Almudena tornava da francese con un’amica e un ragazzo ubriaco si è messo a seguirle e a molestarle, arrivate quasi fin sotto casa non sapevano che fare e si sono messe nella mahlaba. Lì tutto il quartiere si è messo a difenderle, incluso tutti i ragazzi che normalmente ci dicono le solite frasette tipo “ghazelle ghazelle, come va, posso parlarti, che bella che sei, mi dai il tuo numero” (e questo mi sorprende ogni giorno, a certe ragazze marocchine bellissime, truccate, curate, eleganti e provocanti non dicono niente e a noi, normali e semi trasandate tutte queste attenzioni, ma dove hanno gli occhi?!).
Il giorno dopo veniamo a sapere che il ragazzetto della mahlaba è andato a parlare nientepopodimeno che con i genitori del ragazzo ubriaco! Per spiegar loro come si era comportato il figlio e affinché non si ripeta più, che se no chiama la polizia. Troppo carino, no? E da quel giorno sono diventati tutti super protettivi con noi, io (che mi chiamano Joly come le lattine di tonno che vendono), Almudena (Almudina!) e la più sfortunata Bea (spagnola), che chiamano Baia o Biglia! Non per criticare eh, anche perché noi non abbiamo ancora capito come si chiamano loro e ogni giorno cerchiamo delle strategie per far saltar fuori i nomi. Hanno iniziato a rabboccarci sempre il succo quando finiamo, così diventiamo più forti dicono per poterci difendere!
L’altro giorno uno dei due, quello con un occhio un po’ strabico, sembrava un po’ triste e gli abbiamo chiesto perché. Risulta, e non siamo sicure di aver capito bene, che lui è sposato (ha 23 anni) ma sua moglie vive nel loro paese e non hanno abbastanza soldi perché li raggiunga, o forse perché non c’è una casa adeguata per farla venire bho. Che pena, era lì tutto triste che faceva dei conti su un block notes. Pare che il patron, che ha tante mahlaba, gli chieda tanti soldi d’affitto e loro, per quanto lavorino ininterrottamente dalla mattina alle 23 di sera e anche la domenica, non riescono a guadagnarci più di tanto.
Vabbè potrei andare avanti per molto con questa storia della mahlaba, per esempio raccontando che quando hanno scoperto che sono di Milano, sono diventati contentissimi e uno dei due mi dice, io ho un fratello a Torino, potresti portagli un succo da parte mia!!!! Ogni giorno ci sarebbe qualcosa in più da raccontare sulla nostra mahlaba, ma ogni storia ha una fine.
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Casablanca Maggio 2007
lunes, 3 de marzo de 2008
Vita notturna: questione di genere
Essendo una ragazza italiana, sono abbastanza abituata ad uscire le sere nei week end. Mi si è quindi posta la questione se mantenere i miei usi e costumi originari o seguire la tradizione locale (e prima farmela spiegare!). Che fare?
Ci sono due tipologie di locali notturni qui in Marocco: i club, molto pochi, molto cari, molto occidentali, vi si trovano ragazzi e ragazze anche ine, in cerca di divertimento, all’incirca come in Italia e poi ci sono i bar, che sono la stramaggioranza, si trovano ovunque, sono popolari, molto economici, ci vanno uomini di tutte le età. E sottolineo uomini, solo uomini, ma in realtà non è che non ci siano donne, solo che la presenza femminile sono unicamente prostitute.
La mia prima visita a un bar mi ha lasciato abbastanza traumatizzata. Ok, me ne avevano già parlato alcuni amici, ma un conto è sentire, un altro vedere. Basta dire che in tutto il locale, con divanetti e arredamento marocchino, musica dal vivo tradizionale marocchina e medio orientale, io e le mie amiche eravamo le uniche ragazze a non essere lì per lavoro. Inizio a mettere a fuoco che, quelle che pensavo essere coppie, sedute a bere sui divanetti, mostrano delle stranezze. Le ragazze entrano a gruppetti o da sole, con cappotti o jallabe, passano dal bagno, da cui escono piuttosto scoperte. Sono giovani, belle, molto belle, in alcuni casi ballano da sole davanti al proprio partner o assieme a lui, lasciandosi toccacciare. Gli uomini sono un po’ di tutti i tipi, prevalentemente di mezza età, alcuni giovani, in molti casi sembrano aver bevuto un po’ troppo.
Nel tavolo davanti al nostro un ragazzo si arrabbia con una ragazza che è andata a finire con l’uomo del tavolo accanto, si alza furioso e fa per aggredirla, ma un omone spunta da dietro per fermarlo. Il proprietario va dalla ragazza e in qualche modo aggiustano la faccenda.
All’uscita due poliziotti sorvegliano che nessuna rissa scoppi fra i clienti. Sempre più stranita mi chiedo, non è forse illegale la prostituzione? Quanti occhi chiudono questi ufficiali?
Per la vita sociale notturna mi restano poche alternative, tra cui invitare amici a casa, farci cucinare dei tagine e passare la serata chiacchierando in compagnia. Ogni volta faccio agli amici le stesse domande (evidentemente a Casablanca ho una stragrande maggioranza di amici maschi): mi considerate una “cattiva ragazza” per essere adesso qui con voi la sera? E se rispondete di no, allora perché non invitate anche le vostre sorelle o le vostre amiche? La risposta è sempre questa “Eh no, è diverso, tu sei straniera!”. Allora, continuo, “quando voi uscite la sera, non vorreste trovare degli esponenti femminili nei locali?” e loro ovviamente annuiscono. Ma quali ragazze potrete mai trovare se tutti i loro fratelli e i loro padri la pensano nel vostro stesso modo?
Ci sono due tipologie di locali notturni qui in Marocco: i club, molto pochi, molto cari, molto occidentali, vi si trovano ragazzi e ragazze anche ine, in cerca di divertimento, all’incirca come in Italia e poi ci sono i bar, che sono la stramaggioranza, si trovano ovunque, sono popolari, molto economici, ci vanno uomini di tutte le età. E sottolineo uomini, solo uomini, ma in realtà non è che non ci siano donne, solo che la presenza femminile sono unicamente prostitute.
La mia prima visita a un bar mi ha lasciato abbastanza traumatizzata. Ok, me ne avevano già parlato alcuni amici, ma un conto è sentire, un altro vedere. Basta dire che in tutto il locale, con divanetti e arredamento marocchino, musica dal vivo tradizionale marocchina e medio orientale, io e le mie amiche eravamo le uniche ragazze a non essere lì per lavoro. Inizio a mettere a fuoco che, quelle che pensavo essere coppie, sedute a bere sui divanetti, mostrano delle stranezze. Le ragazze entrano a gruppetti o da sole, con cappotti o jallabe, passano dal bagno, da cui escono piuttosto scoperte. Sono giovani, belle, molto belle, in alcuni casi ballano da sole davanti al proprio partner o assieme a lui, lasciandosi toccacciare. Gli uomini sono un po’ di tutti i tipi, prevalentemente di mezza età, alcuni giovani, in molti casi sembrano aver bevuto un po’ troppo.
Nel tavolo davanti al nostro un ragazzo si arrabbia con una ragazza che è andata a finire con l’uomo del tavolo accanto, si alza furioso e fa per aggredirla, ma un omone spunta da dietro per fermarlo. Il proprietario va dalla ragazza e in qualche modo aggiustano la faccenda.
All’uscita due poliziotti sorvegliano che nessuna rissa scoppi fra i clienti. Sempre più stranita mi chiedo, non è forse illegale la prostituzione? Quanti occhi chiudono questi ufficiali?
Per la vita sociale notturna mi restano poche alternative, tra cui invitare amici a casa, farci cucinare dei tagine e passare la serata chiacchierando in compagnia. Ogni volta faccio agli amici le stesse domande (evidentemente a Casablanca ho una stragrande maggioranza di amici maschi): mi considerate una “cattiva ragazza” per essere adesso qui con voi la sera? E se rispondete di no, allora perché non invitate anche le vostre sorelle o le vostre amiche? La risposta è sempre questa “Eh no, è diverso, tu sei straniera!”. Allora, continuo, “quando voi uscite la sera, non vorreste trovare degli esponenti femminili nei locali?” e loro ovviamente annuiscono. Ma quali ragazze potrete mai trovare se tutti i loro fratelli e i loro padri la pensano nel vostro stesso modo?
miércoles, 13 de febrero de 2008
Turismo burocrático no, por favor
Hace tiempo Blanca y Fer me mandaron un artículo de El País muy divertido sobre el turismo experimental. En él se describían varias formas de viajar jugando. El viaje al aeropuerto, alternancia, ruta de barmans, contraturismo, eroturismo, monopoly, persecución… y … ODISEA BUROCRÁTICA. Es de ese turismo- odisea burocrática del que quiero hablar.
Según el autor de la guía del turismo experimental: “¿Qué mejor para conocer otro lugar que sufrirlo como un auténtico ciudadano? Se visitan oficinas de desempleo, centros de la seguridad social, salas de espera de comisarías y juzgados. El menú consiste en café y sándwiches de máquina. Hace falta mucha templanza". En esto consiste el viaje Odisea- Burocrática, en visitar y sufrir la burocracia de un país. Bueno, pues si queréis venir a Marruecos es mejor que hagáis cualquier otro tipo de turismo, os lo recomiendo. Y ya veréis por qué…
Cada año tengo que renovar la carta de residencia marroquí y no es que cada año cambie la documentación que tengo que entregar, es que cambia varias veces al día y al gusto del funcionario que toque. Temo tener que renovarla porque es una ODISEA, por eso empiezo a posponerlo y a posponerlo y hasta después de la vuelta de Navidades no empecé con los múltiples paseos-odiseas a la comisaría, sabiendo de antemano que iban para largo, y es que el artículo de Larra “Vuelva usted mañana” no es nada en comparación. Que si hoy necesitas 4 fotos, que si mañana necesitas dos copias de los documentos, que si… , que si… Los días pasaban y yo ya casi sin suelas en los zapatos me hago el firme propósito de que de ese día no pasaba… Llego a la sala donde se renuevan las tarjetas, una sala gris, destartalada y con los techos muy altos, de música: el ruido de las grandes máquinas de escribir que todavía se usan. Me paro un segundo y pienso en quién de los funcionarios de ese día parece más competente, …humm, humm, ésta… es una mujer que tiene pinta de ser más amable que el resto… pienso también que aquí es mejor no enfadarse, pero que ya podía ir escondiendo la cara de niña que tengo, porque si no…
Buenos días, buenos días, quiero renovar la tarjeta de residencia y traigo TODOS los documentos…. Humm humm, está todo. UF, hamdullah, mire señorita, es que resulta que yo tengo que salir dentro de unos días del país y necesito el justificante de que estoy renovando la tarjera. No te preocupes ven dentro de 4 días y lo tienes. Pasan los 4 días y voy a la hora que me dijo, por supuesto no está, ven a las 14.30 (pero, no cierran a las 14 como me dijo el otro día??) vuelvo, espero, espero y desespero, nada. Pregunto, espera, vuelvo a preguntar y sigue esperando. Un pez gordo (en los dos sentidos) al que todos los demás hacían muchos ademanes y salves viene y me pregunta qué quiero, le explico y con cara de baboso me dice que le siga que es él el que tiene que firmar el papel… (Dios y Allah nos coja confesados) empieza a mirar los papeles y yo estoy segura de que alguna pega pone. Seguro. Ese día la pega es que el mismo documento que he entregado los 3 años no está bien, pero cómo que no, es el mismo que siempre, MENTIRA, pero cómo que mentira???, nada, imposible, IMPOSIBLE, me empieza a hablar en árabe, perdone, pero no hablo árabe, continúa hablando en árabe, yo me entero de la ODISEA la media. Me dice que lleve el papel ese día antes de las 17.30 (pero no se cerraba a las 14?no se cerraba a las 14.30?). Me voy. Decidido, el tiempo que me queda aquí, estoy sin tarjeta, salgo cada 3 meses y baraka!
Pero esto no es todo, porque bueno, ya sabéis como funciona la burocracia en España, y más si eres extranjero. Eso si que es una verdadera odisea, y no lo mío.
El viernes recibí un aviso de correos para ir a recoger un paquete, fui el lunes a la oficina de siempre, y allí me dieron otro papel para ir a recogerlo a otra oficina. Llego a la oficina, voy al mostrador y me dicen que el paquete no es mío porque pone el nombre de una empresa: Autonic Liberal Trimidad. Que no, que soy yo, es que lo han escrito mal. Al final me da otro sobre y me dice que con ese sobre vaya al mostrador de aduanas, voy y me traen el paquete, comprueban que soy yo y otra vez, a vueltas con el Autonic. Me dicen que tengo que ir a otra ventana para que el responsable vaya a ver el contenido del paquete, el responsable no está, está solo su ordenador con una partida al Solitario en la pantalla, llega, abre el paquete, ve que es un libro y que está en español, apunta lo que pone, me pide que traduzca el título. Me da otro papel y me dice que el paquete se queda allí hasta que otro responsable firme un papel, subo al segundo piso, el responsable en el baño, viene, me vuelve a hacer la observación reglamentaria del Autonic, me firma y me da otro papel para que vaya a otro sitio y pague 6dhs por cada día que el paquete ha estado en el depósito. Pago los 24 dirhams y con el nuevo papel voy a que me den el libro de una santa vez. Me dan el libro que viaja desde Madrid a Casablanca durante casi tres meses y yo me voy a casa con 24 dirhams menos y con casi dos horas perdidas.
Y eso es todo, si venís a Marruecos, venid de turismo gastronómico, o mejor de turismo de amigos.
Según el autor de la guía del turismo experimental: “¿Qué mejor para conocer otro lugar que sufrirlo como un auténtico ciudadano? Se visitan oficinas de desempleo, centros de la seguridad social, salas de espera de comisarías y juzgados. El menú consiste en café y sándwiches de máquina. Hace falta mucha templanza". En esto consiste el viaje Odisea- Burocrática, en visitar y sufrir la burocracia de un país. Bueno, pues si queréis venir a Marruecos es mejor que hagáis cualquier otro tipo de turismo, os lo recomiendo. Y ya veréis por qué…
Cada año tengo que renovar la carta de residencia marroquí y no es que cada año cambie la documentación que tengo que entregar, es que cambia varias veces al día y al gusto del funcionario que toque. Temo tener que renovarla porque es una ODISEA, por eso empiezo a posponerlo y a posponerlo y hasta después de la vuelta de Navidades no empecé con los múltiples paseos-odiseas a la comisaría, sabiendo de antemano que iban para largo, y es que el artículo de Larra “Vuelva usted mañana” no es nada en comparación. Que si hoy necesitas 4 fotos, que si mañana necesitas dos copias de los documentos, que si… , que si… Los días pasaban y yo ya casi sin suelas en los zapatos me hago el firme propósito de que de ese día no pasaba… Llego a la sala donde se renuevan las tarjetas, una sala gris, destartalada y con los techos muy altos, de música: el ruido de las grandes máquinas de escribir que todavía se usan. Me paro un segundo y pienso en quién de los funcionarios de ese día parece más competente, …humm, humm, ésta… es una mujer que tiene pinta de ser más amable que el resto… pienso también que aquí es mejor no enfadarse, pero que ya podía ir escondiendo la cara de niña que tengo, porque si no…
Buenos días, buenos días, quiero renovar la tarjeta de residencia y traigo TODOS los documentos…. Humm humm, está todo. UF, hamdullah, mire señorita, es que resulta que yo tengo que salir dentro de unos días del país y necesito el justificante de que estoy renovando la tarjera. No te preocupes ven dentro de 4 días y lo tienes. Pasan los 4 días y voy a la hora que me dijo, por supuesto no está, ven a las 14.30 (pero, no cierran a las 14 como me dijo el otro día??) vuelvo, espero, espero y desespero, nada. Pregunto, espera, vuelvo a preguntar y sigue esperando. Un pez gordo (en los dos sentidos) al que todos los demás hacían muchos ademanes y salves viene y me pregunta qué quiero, le explico y con cara de baboso me dice que le siga que es él el que tiene que firmar el papel… (Dios y Allah nos coja confesados) empieza a mirar los papeles y yo estoy segura de que alguna pega pone. Seguro. Ese día la pega es que el mismo documento que he entregado los 3 años no está bien, pero cómo que no, es el mismo que siempre, MENTIRA, pero cómo que mentira???, nada, imposible, IMPOSIBLE, me empieza a hablar en árabe, perdone, pero no hablo árabe, continúa hablando en árabe, yo me entero de la ODISEA la media. Me dice que lleve el papel ese día antes de las 17.30 (pero no se cerraba a las 14?no se cerraba a las 14.30?). Me voy. Decidido, el tiempo que me queda aquí, estoy sin tarjeta, salgo cada 3 meses y baraka!
Pero esto no es todo, porque bueno, ya sabéis como funciona la burocracia en España, y más si eres extranjero. Eso si que es una verdadera odisea, y no lo mío.
El viernes recibí un aviso de correos para ir a recoger un paquete, fui el lunes a la oficina de siempre, y allí me dieron otro papel para ir a recogerlo a otra oficina. Llego a la oficina, voy al mostrador y me dicen que el paquete no es mío porque pone el nombre de una empresa: Autonic Liberal Trimidad. Que no, que soy yo, es que lo han escrito mal. Al final me da otro sobre y me dice que con ese sobre vaya al mostrador de aduanas, voy y me traen el paquete, comprueban que soy yo y otra vez, a vueltas con el Autonic. Me dicen que tengo que ir a otra ventana para que el responsable vaya a ver el contenido del paquete, el responsable no está, está solo su ordenador con una partida al Solitario en la pantalla, llega, abre el paquete, ve que es un libro y que está en español, apunta lo que pone, me pide que traduzca el título. Me da otro papel y me dice que el paquete se queda allí hasta que otro responsable firme un papel, subo al segundo piso, el responsable en el baño, viene, me vuelve a hacer la observación reglamentaria del Autonic, me firma y me da otro papel para que vaya a otro sitio y pague 6dhs por cada día que el paquete ha estado en el depósito. Pago los 24 dirhams y con el nuevo papel voy a que me den el libro de una santa vez. Me dan el libro que viaja desde Madrid a Casablanca durante casi tres meses y yo me voy a casa con 24 dirhams menos y con casi dos horas perdidas.
Y eso es todo, si venís a Marruecos, venid de turismo gastronómico, o mejor de turismo de amigos.
miércoles, 6 de febrero de 2008
Fez y las siete puertas


Fez y las siete puertas. Hace dos semanas fui con dos amigos a Fez. Era un lugar al que quería ir desde hace tiempo, pero como soy un poco como el Peliculón de Antena 3, me anuncio, me anuncio pero hasta que lo hago ha pasado mucho tiempo… hasta ahora no he ido.
(Sí, Mehdi, sí me quedé dormida, sí, Almu, sí, incluso sin niebla) Cogimos el tren temprano y en tres horas pasamos de estar en Casablanca con las Torres Gemelas a estar en una ciudad que no parece vivir en este siglo. En tres horas de tren puedes cambiar la modernidad (aparente, muchas veces) de Casablanca por la tradición de Fez.
Como todas las ciudades de Marruecos, Fez te acoge con una estación bulliciosa, llena de gente que va y que viene, pero, sobre todo, llena de gente que vive y trabaja en ella: taxistas que te hablan en todos los idiomas, mujeres pidiendo, gente que merodea por allí y se ofrece a acompañarte al centro… una marabunta de gritos y movimiento. Salimos de la estación deprisa y fuimos a desayunar y decidir dónde íbamos a quedarnos. Fez… estaba a puntode tener una imagen propia y no sólo ser el escenariode una novela de Mernissi (Sueños detrás del umbral)…y como siempre… se presentó de una manera particular…
Cogimos un taxi y el taxista, una torbellino, nos contó que había vivido en no sé cuántos sitios de España, que amaba a las españolas y a los españoles, porque éramos primos hermanos, pero que, sobre todo, amaba a Paloma. Al decir esto, ponía un ademán casi cómico y miraba hacia arriba, repitiendo, Paloma,Paloma, ójala me encuentre contigo, si no es en esta vida, que sea en la otra… de pronto, sin saber muy bien, qué asociación de ideas se estableció en su mente, pasó a contarnos que alguien en España le dijo que un hombre lejos de su familia no es un hombre, así que él cogió los bártulos y se volvió a Marruecos con su mujer y sus dos hijos. La historia del taxista parecía estar pensada para que durara justo el tiempo del trayecto. La historia terminó, el trayecto se acabó, y Fez comenzaba.
Fez es conocida como la ciudad de las 7 puertas y creo que nosotros entramos por la puerta trasera, porque el encanto parecía todavía escondido, resguardado tras las puertas más majestuosas. Dejamos las cosas en la pensión y nos adentramos en la medina. Las callejuelas empezaron a multiplicarse, los coches a extinguirse, los colores de la artesanía se reproducían, las muestras de la arquitectura occidental suprimidas… Fue como si al pasar por una de las puertas que dan acceso a la medina hubieras cambiado, de país, de tiempo…todo cambió, la ciudad se volvió laberíntica, los oficios eran ya medievales, y el transporte ecológico era el único que se veía (todos a pie o en burro).
Anduvimos y callejeamos todo el día, comimos en un sitio escondido, disfrutamos (sin demasiado mal olor) al ver a los curtidores de cuero en plena faena. Y, más que nada, aprovechamos un lugar privilegiado para ver la puesta de sol con la llamada de todas lasmezquitas de Fez. Un café largo (y rehilante) en una colina con toda Fez a los pies. Merece la pena el viaje solo por eso!
Por la noche fuimos a cenar y a tomar algo a la Ciudad Nueva, y otra vez más, dos mundos aparentemente opuestos se combinan y conviven en un espacio reducido. Es algo que siempre me ha llamado la atención de Marruecos, del país y de la gente!
El domingo volvimos a la medina y con Mehdi, nuestro guía privado, nuss-nuss maghribi-spanyoli entramos en una residencia de estudiantes. Nos contaron que los estudiantes estaban becados y que venían a Fez para hacer estudios islámicos, que la beca consistía en 300dirhams (30 euros) para los marroquíes y 500(50 euros)para los no marroquíes más 5 panes. ¿5 panes? ¿5panes?
Ese día comimos en una asociación de mujeres que encontramos por casualidad, en ella había cocina, taller y peluquería. Comimos en la peluquería, que parecía que hacía siglos que nadie iba, y la peluquera quería cortarme el pelo a toda costa. Cosa que se entiende por otra parte…
El viaje se acabó, y Fez parece seguir inmune alfuturo.
martes, 8 de enero de 2008
Il Centro Interculturale delle Donne di Cologno Monzese
Finalmente vado a fare visita al Centro Interculturale delle Donne di Cologno Monzese. Per la prima volta faccio un tragitto così lungo in metropolitana, fino a che, risalendo in superficie, la metro oltrepassa i confini di Milano in direzione nord est. Uscendo dalla metropolitana tutto quello che vedo è grigio e alti palazzoni anche questi grigi. Seguo le indicazioni di C. (ah giusto, come sono arrivata in questo posto? Grazie alla mia supervisor del tirocinio, che ha fondato e gestisce insieme ad alcune colleghe il Centro, è lei che mi ha invitato) e arrivo alla Scuola elementare che ospita il Centro. Chiedo del Centro delle Donne e mi scontro con C. e un’altra donna impegnate a trasportare un materasso, mi affidano ad una terza signora con il compito di farci da guida, farci fare il tour! La signora è evidentemente straniera (non le chiedo di dove), ma in un ottimo italiano ci conduce nel corridoio del Centro spiegandoci tutto a cominciare dallo sgabuzzino “porta-prendi”, uno stanzino dove chi vuole porta quello che non gli serve più e chi ne ha bisogno lo prende (vestitini per bambini, lettini, carrozzine, scarpe, ecc..), nel retro dello sgabuzzino c’è una piccola cucina. Continuando nel corridoio mi assale un profumo di pane caldo e un vociare allegro. Bambini passano per il corridoio spostando sedie da una stanza all’altra seguiti da una ragazza in mini gonna verde acido e tacchi a spillo. La mia guida mi spiega qual è l’aula delle lezioni di italiano, l’aula “spazio-giochi dei bimbi”, l’aula “laboratorio” con i computer e le macchine da cucire e i materassini per la ginnastica. Tutte le aule hanno un’aria accogliente, pareti fresche e colorate, tende verdi alle finestre, tappeti e cuscini per terra. Nella seconda stanza mi invitano ad entrare, imito le altre togliendomi le scarpe all’ingresso (che buffo, mi ricorda molto le case marocchine) e mi siedo su un cuscino, lasciando le sedie alle signore più grandi. Sorprendentemente vedo anche un paio di signore anziane italianissime, una ragazza con il suo bimbo appena nato, una ragazza dall’aspetto non saprei dire se medio orientale o sudamericano, con nome e parlata italianissimi (poi scopro essere peruviana, ma nata in Italia), alcune signore velate di varia provenienza, un bambino che non capisco essere figlio di chi, perché tutte a turno lo vanno a recuperare quando si avvicina al tavolino dove man mano chi entra appoggia il proprio pane. Infatti, non ho detto che l’incontro di oggi ha come tema il PANE. Ora si spiega il profumo! Una giovane donna entra con una pagnotta intrecciata gialla e lucida, seguita da una signora con dei bellissimi capelli neri intrecciati sulla nuca. Iniziamo a parlare di pane, delle varie tradizioni legate al pane, ognuno dice quello che si usa fare nel proprio paese, nella propria regione, nelle proprie famiglie. La ragazza albanese raccoglie i racconti della suocera che non parla italiano e li traduce, le signore italiane ricordano le tradizioni delle loro mamme e nonne, lamentano di non essere più in grado di fare il pane e chiedono trucchi e segreti degli impasti delle altre donne lì presenti. Tutte lo cuociono con sistemi diversi. Dopo questa chiacchierata, con tanto di presentazione power point, ci lanciamo all’assaggio dei vari pani, poco dopo arriva anche la ragazza della mini verde acido con il seguito di bambini che portano con aria fiera una pagnotta alle olive appena sfornata (ma come ha fatto a tenerli buoni, farli impastare e infornare in così poco tempo e il tutto con quei tacchi?!).
Nel frattempo una signora argentina bionda racconta alle altre di aver trovato lavoro in un laboratorio e le altre si rallegrano per lei, che magari passerà il contatto ad un’altra in cerca di occupazione. Si fa ora di andare, aiuto una ragazza marocchina a portare giù il passeggino dalle scale e mi accompagna, con i suoi due bimbi, alla fermata della metro. Sposata con un egiziano, viene fuori che suo cognato vive a Saronno, mi racconta che le piacerebbe lavorare non appena il suo piccolo inizierà ad andare a scuola e con un sospiro mi dice che ha una grande nostalgia di casa e che la vita in Italia è molto dura. Eppure l’ho vista sorridere serena tutto il tempo mentre eravamo al Centro, penso. Ma allora, il solo fatto di far dimenticare i problemi alle donne, anche soltanto per un pomeriggio alla settimana, non è il più importante indice di successo del Centro?
Nel frattempo una signora argentina bionda racconta alle altre di aver trovato lavoro in un laboratorio e le altre si rallegrano per lei, che magari passerà il contatto ad un’altra in cerca di occupazione. Si fa ora di andare, aiuto una ragazza marocchina a portare giù il passeggino dalle scale e mi accompagna, con i suoi due bimbi, alla fermata della metro. Sposata con un egiziano, viene fuori che suo cognato vive a Saronno, mi racconta che le piacerebbe lavorare non appena il suo piccolo inizierà ad andare a scuola e con un sospiro mi dice che ha una grande nostalgia di casa e che la vita in Italia è molto dura. Eppure l’ho vista sorridere serena tutto il tempo mentre eravamo al Centro, penso. Ma allora, il solo fatto di far dimenticare i problemi alle donne, anche soltanto per un pomeriggio alla settimana, non è il più importante indice di successo del Centro?
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